La caduta degli imperatori
La prima volta che, nel 2002, vidi la foto di copertina dell’autobiografia di David Rockefeller, avevo già smesso di guardare giornali e televisione per chiamarmi fuori dal Mainstream, ma i miei studi sui meccanismi della comunicazione erano agli albori, nel senso che riguardavano esclusivamente il campo specifico dell’arte e non quello della comunicazione tout-court.
Eppure già allora fui profondamente colpito dalla forza persuasiva di quell’immagine, che si impresse indelebilmente nella mia memoria, e benché al momento seppi individuare con chiarezza solo una parte del perché di quell’effetto, la considerai comunque sin da subito nel suo genere un vero capolavoro sia tecnico che simbolico. Ci sono infatti immagini che, anche osservate di sfuggita o senza volerlo, parlano direttamente al nostro subconscio suscitando dinamiche emotive di profondità insondabile, perché capaci di toccare i tasti delle nostre memorie ancestrali.
Quel ritratto fotografico del famoso banchiere americano fa parte a pieno titolo della grande tradizione figurativa occidentale legata alla rappresentazione del potere. In particolare il suo riferimento simbolico più diretto è rappresentato dalle monete della Roma imperiale e dalla produzione di medaglie celebrative ad essa collegata. Perché il soggetto raffigurato in quel preciso modo assume e di conseguenza comunica senza ombra di dubbio il ruolo che è proprio della figura imperiale, e questo grazie ad una semplice quanto decisiva caratteristica della rappresentazione: la visione di profilo.
La moneta ha due una funzioni, entrambi egualmente fondamentali: la prima di tipo pratico, quella di permettere lo svolgersi dell’economia, la seconda di tipo comunicativo, quella di permettere al singolo individuo di avere contatto visivo con l’autorità che lo governa.
Dobbiamo infatti ricordare che prima dell’avvento dei mass media il più umile dei cittadini poteva conoscere e “fare propria” la figura di chi comandava la sua vita SOLO attraverso le statue monumentali che venivano poste nei luoghi pubblici e attraverso il profilo rappresentato sulle monete. In entrambi i casi i ruoli di chi comandava e chi era comandato venivano inequivocabilmente decisi all’origine da chi stabiliva le regole della rappresentazione: i saggi iniziati che istruivano gli artisti che realizzavano fisicamente tali rappresentazioni.
E tutto era studiato perché emotivamente venisse esclusa nel modo più assoluto la possibilità che si instaurasse un rapporto di familiarità o addirittura di parità: nel senso che comunque il cittadino DOVEVA sentirsi in stato di evidente inferiorità.
Di fronte ad un ritratto colossale a figura intera in marmo, da intendersi quale tributo ad un vivente e non ad un dio o un eroe caduto, ma ornato però con gli attributi della divinità come le corone d’alloro e i segni eroici dell’imperio militare come la spada e la corazza, poteva forse il comune cittadino sentirsi di pari dignità?
E che fare nei confronti di una rappresentazione del proprio comandante, tanto piccola da potersela infilare in tasca, come quella delle monete, ma con la quale non è possibile instaurare un contatto di familiarità incrociandovi lo sguardo poiché esso, con la testa di profilo, è irrevocabilmente rivolto da tutt’altra parte?
E’ incredibile quanto possa essere potente un meccanismo psicologico così elementare come la negazione deliberata e sprezzante del contatto dello sguardo. Il destinatario si sente invariabilmente rifiutato e non può altro che provare inferiorità per chi SI PRENDE il potere di rifiutarlo.
Se per caso è capitato a noi di trovarci in una situazione in cui il nostro interlocutore ci abbia snobbato, evitando ostentatamente di guardarci negli occhi e di prenderci quindi in considerazione, certamente (anche se non vorremmo ammetterlo) abbiamo provato per un istante sulla nostra pelle la sottile ma ancestrale e potentissima sensazione di essere delle nullità. Molto probabilmente per salvare la nostra autostima avremo poi reagito, evitando di dare importanza all’interlocutore ed all’episodio, ma sotto le ceneri del fuoco delle emozioni, quell’istante in cui la nostra esistenza è stata messa in dubbio avrà certamente lasciato un segno indelebile nel nostro inconscio.
Questo perché tali dinamiche accadono al livello di comportamento animale, ben più in profondità di quel livello che possiamo tentare di controllare con la nostra razionalità. Per compensare un attacco a questo livello avremmo bisogno di un gesto forte allo stesso livello, per esempio vincere una gara importante, avere la meglio in una discussione pubblica, dimostrare ai nostri genitori tutto ciò in cui siamo migliori di loro. Solo così ci sembrerà di poter dire con certezza a noi stessi “io esisto” e ritornare emotivamente in equilibrio.
In realtà ognuno di noi esiste ed è comunque una meraviglia dell’universo anche senza la necessità di dimostrare qualcosa né a noi stessi né tantomeno a qualcun altro.
Infatti la necessità di dimostrare qualcosa per sentirci i pace con noi stessi è il risultato di millenni di programmazione del nostro comportamento da parte di chi conosce queste dinamiche di noi esseri umani, non ce le ha mai spiegate ma le ha usate invece a proprio vantaggio per tenerci in pugno.
Ma torniamo all’autobiografia di Rockefeller: diversamente dal classico romanziere del momento, che con un pullover di cachemire sulle spalle si mette in relazione con noi guardandoci ruffianamente dalla quarta di copertina, l’autore già in prima di copertina si rivolge in direzione perpendicolare al nostro sguardo, e i suoi occhi sono puntati verso qualcosa che lui solo può vedere e che lo fa sorridere di compiacimento.
Quella insondabile realtà, dalla cui visione noi comuni mortali – attuali sudditi dell’imperatore – siamo esclusi, è la leva che ci spinge a comprare il libro del nostro capo, per potere almeno sperare di intravederne una parte, attraverso la superiore visione del protagonista diretto.
Il manto di ermellino dei secoli passati è diventato un abito di inarrivabile nera morbidezza, uscito da sartorie a cui in pochi hanno accesso, la cravatta di seta lucente con il classico disegno intrecciato si inarca in una curva di esemplare perfezione, sapientemente commentata dal candido svolazzo a tre punte della pochette nella tasca sul petto. In basso a sinistra infine, la mano con il gesto pacato del monarca sicuro del suo potere si posa sulla curva del bracciolo, evocando il gesto analogo dei predecessori sul pomolo dello scettro. Insomma in “linguaggio macchina” questa immagine dice direttamente al nostro inconscio: “Il denaro è il tuo Imperatore, ed io ne sono il rappresentante in terra”.
Quando il libro è stato dato alle stampe, era passato un anno dall’attentato delle Twin Towers.
L’elite finanziaria mondiale era al culmine del suo potere e lo stava dimostrando: dopo aver organizzato e messo in atto l’attacco dell’11 settembre, (che ormai un numero sempre crescente di persone giudica una operazione False Flag, fatto di cui presto si avrà conferma storica ufficiale) aveva lanciato la guerra al terrorismo con i conflitti in Afghanistan e Iraq, aveva introdotto una politica interna di progressiva restrizione delle libertà personali dei cittadini americani e una politica estera di forte condizionamento socio-economico dello scenario globale.
Ma da allora quasi dieci anni sono trascorsi e quello che all’epoca era il punto più alto della parabola di potere dell’elite mostra oggi i segni progressivi dell’imminente disfatta. Il disegno imperscrutabile che il protagonista rimirava compiaciuto di poter realizzare di lì a non molto assieme ai suoi pari, incutendo nei sudditi il terrore che il mistero e l’ignoto naturalmente generano, ci appare ormai smascherato per quello che è, un folle programma di controllo del mondo da parte di pochi, non più destinato dal corso della Storia a divenire realtà.
Già prima del prossimo disvelamento finale, alcuni segni del cambiamento di direzione degli eventi appaiono come inequivocabili conferme agli occhi degli osservatori attenti: l’usura dei regimi dittatoriali e la crescente rivolta delle popolazioni, l’emersione inarrestabile di fatti di corruzione ovunque nei paesi industrializzati, i primi arresti eccellenti, tycoon dei media del calibro di Rupert Murdoch, fino a ieri intoccabili, che vengono messi duramente alle corde con procedimenti giudiziari, personaggi chiave della finanza globale – uno per tutti, George Soros – costretti al ritiro per cambio delle regole di trasparenza e poi il segno più evidente, quello dei mercati, ormai ben oltre l’orlo dell’abisso.
Quello che la storia ci sta dicendo con crescente chiarezza è che i profili degli imperatori orneranno ancora per poco le stanze dell’Immaginario Collettivo.
Il tempo ci chiama a prendere in mano lo scettro del nostro destino personale, nel senso che ognuno di noi può MATERIALMENTE divenire principale artefice del proprio destino. Tutti gli eventi in corso sospingono la nostra consapevolezza in quella direzione. E una volta che siamo diventati consapevoli di questo, il passaggio ai fatti è una conseguenza inevitabile.
Jervé